di Selina Trevisan
Quella di padre Pier Luigi Maccalli, missionario della Società delle Missioni Africane (SMA), è una storia che colpisce nel profondo non solo per la sua attenzione e cura al prossimo, messa in atto in 24 anni di missione in Africa, ma anche e soprattutto per la forza della sua fede.
Padre Pier Luigi infatti, nel 2018 mentre operava in Niger, è stato rapito da miliziani jihadisti ed è rimasto sequestrato per più di due anni. Un tempo lungo, fatto di paure e silenzio, ma nel quale non ha mai provato odio anzi, ha sempre risposto cercando umanità e ascolto.
Abbiamo incontrato padre Pier Luigi – ospite in diocesi per un appuntamento all’interno della Quaresima missionaria presso la parrocchia di San Nicolò a Monfalcone – e ci siamo fatti raccontare della sua esperienza, della sua fede, facendoci anche ispirare su come poter “reagire” a ciò che accade attorno a noi per essere veramente uomini e donne di pace.
Padre, la sua è una vita dedicata alle missioni: sin da giovane sacerdote è stato in Costa d’Avorio, Niger, Benin, un impegno che continua anche oggi con il suo ruolo all’interno della Società delle Missioni Africane. Qual è stata la “scintilla” o magari l’episodio che l’ha portata a scegliere questo percorso, impegnativo, lontano dalla propria terra per molti anni?
Ognuno, fin da bambino, ha dei sogni e delle idee che porta nel cuore. I miei erano sempre stati quelli di fare il medico, che fosse però missionario, per gli altri.
Quando poi avevo letto un librettino, ancora mentre ero in seminario minore, su Albert Schweitzer – questo medico protestante che da Strasburgo parte per l’Africa, in Gabon, e fonda un ospedale, diventando anche Premio Nobel nel 1952 – mi affascinò profondamente questa figura e il suo modello. Però, crescendo, sono stati poi tanti gli incontri con missionari che venivano in seminario, persone belle che ci raccontavano del loro operato. Allora ho compreso che le figure di medico e missionario potevano andare insieme. Così, dopo la maturità, venne il tempo di decidere se andare all’Università o continuare con il seminario.
Ho scelto di continuare la formazione in seminario e a 25 anni, subito dopo l’ordinazione, sono partito per l’Africa.
Nel frattempo avevo conosciuto i missionari della Società delle Missioni Africane e ho scelto di unirmi a loro; ho trascorso così 24 anni in terra africana e questa “duplice vocazione”, chiamiamola così, l’ho sempre portata con me e mi ha portato a essere attento alle le povertà, agli orfani, alla malnutrizione e alle situazioni di salute in Costa d’Avorio prima, in Niger poi.
In fondo, coniugare il Vangelo con la promozione umana secondo me vuol dire proprio incarnare il Vangelo in attività molto concrete. Il Vangelo che annunciamo sono solo parole, se queste poi non trovano espressioni molto concrete di aiuto, assistenza, vicinanza.
Ecco io ho sempre fatto questo tipo di attività e posso dire che ho realizzato la mia vocazione come missionario e a livello sanitario, servendo le persone che avevano bisogno di assistenza.
I lunghi anni trascorsi come missionario in Africa l’hanno vista dedicarsi agli altri e all’evangelizzazione. Al contempo però ha certamente anche ricevuto molto: qual è il più grande “dono” che sente queste terre e soprattutto queste genti le hanno lasciato?
Ho una definizione di missione che ho maturato in tutti questi anni: missione è umanizzare le relazioni.
In Costa d’Avorio, per esempio, l’ho sperimentata nel loro modo di fare accoglienza. C’è tutta una tradizione quando lo straniero arriva in un villaggio: gli si offre una sedia, gli si offre dell’acqua da bere e gli si chiede la “nouvelle”, la notizia. Questa “hospitalité” tipicamente ivoriana è richiamata anche nel loro inno nazionale. Trovo bella questa dimensione di mettere la persona a proprio agio, accoglierla, ascoltarla; mi sembrano atteggiamenti che marcano e fanno capire, in un contesto come il nostro europeo, dove c’è tanta diffidenza verso lo straniero, una modalità vera di attenzione alla persona.
Quando sono stato in Niger, una cosa che mi ha colpito fin da subito è un’espressione che usava il primo vescovo di Niamey, Hippolyte Berlier, il quale diceva a tutti i missionari di fare “la Pastorale della stuoia”: prendere la propria studia e andare a sedersi con la gente, impararne la lingua, fare amicizia, intessere rapporti e relazioni vere. Proprio questa è stata un po’ la modalità con cui, come piccola comunità cristiana in Niger, abbiamo cercato di svolgere il nostro operato, imparando la lingua, ascoltando i bisogni. Si impara molto, soprattutto si impara a conoscere quello che loro stanno cercando, vivendo, soffrendo, sperando. Si tratta di vivere la passione, le speranze e le attese delle persone. È da lì che sono nate poi le attività missionarie di alfabetizzazione, di costruzione dei pozzi perché mancava acqua potabile in ogni villaggio… Da loro e insieme a loro.
La “Pastorale della stuoia” è stata per me un’indicazione molto bella e mi ha caratterizzato nella modalità con cui presto servizio e cerco di viverla un po’ anche nelle realtà dove vivo adesso qui in Italia.
Un’attenzione verso il prossimo la sua che non si è fermata e non si è fatta abbattere nemmeno nei due lunghi anni di prigionia in Niger. Lei è riuscito a non guardare mai ai suoi carcerieri con odio: un insegnamento di grande “umanità”. Ecco come possiamo anche noi, alla luce di quanto sta accadendo nel mondo, “restare umani”? Dove trovare il “coraggio” del perdono e dell’incontro?
Quello della prigionia è stato un tempo lungo e non è stato facile. Soprattutto all’inizio ero disorientato, mi ponevo tante domande e provare le catene è davvero una cosa che non auguro a nessuno.
Però, con il passare del tempo e dei mesi, ho compreso che non era a causa di questo che la mia missione era bloccata: il Vangelo non è incatenato e la mia missione come “apostolo del Vangelo” poteva continuare. Ecco quindi, come dicevo poc’anzi, ho cercato di umanizzare le relazioni.
Come potevo in qualche modo entrare in dialogo con queste persone che mi tenevano rapito, con questi giovani? Per esempio prendendomene cura: uno che si era ferito piuttosto gravemente a una gamba andando in moto, l’ho medicato e ho curato la sua ferita; un altro aveva un forte mal di denti, ho condiviso con lui un po’ di dentifricio che avevo; un altro ancora, giovanissimo, soffriva al viso per le conseguenze di una forte acne. Gli ho dato del sapone di Marsiglia e gli ho spiegato come detergere e disinfettare la pelle e ha funzionato. Un altro ancora voleva imparare a leggere e scrivere in francese e ogni sera, per un mese, abbiamo fatto una lezione.
Ecco, si tratta quindi di entrare in un dialogo umano. Quella è stata per me la modalità di fare missione anche nella frontiera della prigionia.
Il senso di impotenza e rabbia l’ho provato, lo si prova tutti, è normale ed è umano, però mi sono detto “non permetterò che questa situazione faccia sì che fuoriesca da me altra violenza, altro desiderio di vendetta. Sarò come un sacco da pugile, fate di me quello che volete ma non voglio che da me fuoriesca alcun desiderio reazione a un’azione ricevuta”.
Tutto questo è stato un lavoro anche personale: quando sei offeso, insultato – e ne ho ricevuti di insulti che fanno male, sono come schiaffi e ferite – ti viene da “chiudere il pugno”. Bisogna però fare il lavoro inverso e aprire questo pugno, mi sono detto “non condannare, non giudicare, non insultare, non odiare”.
La cosa più bella che possiamo fare è svestire tutto il nostro linguaggio, fatto di aggettivi e di predicati attorno alle persone. Se lo svestiamo cosa resta? Una persona, un uomo, una donna, con le proprie ferite e se tu l’ascolti, ti racconterà la sua storia e come mai è arrivato dov’è ora.
Quando svestiamo il nostro linguaggio violento, ci accorgiamo che davanti a noi ci sono persone. Considerarli fratelli è un cammino che si deve fare, con il tempo e l’apporto della fede ma aiuta a guardare l’altro con altri occhi, a dare all’altro un’identità. Penso che quello sia il cammino.
Riguardo al perdono, io ho vissuto in quel deserto due Quaresime ed è stato contemplando la Croce che ho trovato il perdono. L’ho ascoltato in quel grido di Cristo in croce: “Padre perdona loro, non sanno quello che fanno” che può anche essere interpretato come “È dura, è difficile perdonare ma Padre vai avanti tu, Padre perdono”. È un modo questo, come uomo di fede, di fare quel passo, quell’ultimo miglio che Gesù ha fatto in croce, in quella sofferenza. È da lì che forse è nata poi la mia ultima parola in quell’ultimo giorno, quando mi hanno portato alla liberazione: “che Dio ci faccia capire un giorno che siamo tutti fratelli”; ho dato il mio perdono, ho dato la mia mano di fraternità e sono in pace.
Credo che questo che ho provato io possa essere un’indicazione per tutti per cercare una strada dove trovare cammini di pace e cammini di fratellanza, rispettando le diversità in un approccio che non è quello dello sconto ma dell’incontro, del conoscere.
La paura fa sì che ergiamo muri con il filo spinato; la conoscenza permette di creare punti di fratellanza e di rispetto.
La sua fede è stata anche la sua forza nei due anni di prigionia. Come l’ha accompagnata e com’è cambiata dopo quel periodo? In cosa si sente più “forte” oggi?
È stato un travaglio e sono convinto che ci sia un prima e un dopo anche nel mio cammino come prete missionario e come cristiano, perché un’esperienza come questa ti marca, ti cambia, ti interroga. Davvero mi ha molto interrogato: ho pregato molto Dio, invocandolo di venire presto in mio aiuto. Lo ripetevo anche sovente, perché in tali circostanze senti che è faticoso e che sei impotente di fronte a una situazione nella quale non vedi via di uscita.
Piano piano, in questo silenzio che era dentro e fuori di me, Dio mi ha aiutato a guardarmi dentro e ad avere un altro sguardo su di lui, su questo Dio che tante volte “pretendiamo” al nostro servizio. Un forte cambiamento che c’è stato in me è proprio quello di aver “messo una croce” sopra il Dio onnipotente, il Dio degli eserciti che libera con mano forte Israele. Ho piuttosto fatto esperienza del Silenzio di Dio e questo silenzio mi ha scavato e mi ha permesso, oggi, di dire “Dio è silenzio”.
Ho fatto esperienza di un altro volto di Dio, quello del Dio della Croce e posso dire oggi che la mia fede è stata purificata, trasformata. Dio è stato con me in quella sofferenza, mi è stato accanto fino in fondo. Ero solo abbandonato, mi sentivo dimenticato da tutti ma non da questo Dio che cammina con me. Ero un piccolo figlio d’uomo in un oceano di sabbia, perso e dimenticato ma sotto lo sguardo delle stelle che sono per me oggi segno della speranza: anche nei momenti più bui e più difficili c’è una luce ed è la presenza che mi ha sostenuto.
In questi tempi sembra che nel mondo tutto “remi contro” alla pace. Quali sono i suoi timori ma anche le speranze che continua a coltivare?
Quando sono ritornato alla libertà avevo un “buco” di due anni dei quali non sapevo nulla di cosa fosse successo nel mondo. La cosa che mi ha colpito ascoltando i notiziari alla televisione erano le tante parole “armate”, io le chiamo così, che si usavano e si usano. È una cosa che mi ha proprio impressionato: riarmo, guerra sono tra le parole le più ricorrenti. È una situazione complessa e difficile quella che stiamo vivendo e ho forti preoccupazioni che possa degenerare in qualcosa di veramente orribile.
Credo ci sia bisogno di proporre una parola alternativa: la parola “pace”, parola sacra ma fragile e cui forse non crediamo fino in fondo. Vogliamo sempre fare i prepotenti, che si impongono con le armi ma io credo – ed è stata la mia esperienza di vittima innocente della guerra in cui sono stato trascinato a farmelo capire – che è possibile un’altra lettura, un’altra via che si può ritrovare nelle parole del Cristo risorto: “Pace a voi”.
Se c’è una missione a cui mi sento chiamato oggi è proprio quella di testimoniare la pace. Come credenti e come missionario dobbiamo sentirci impegnati a “missionare” la pace proprio perché le parole d’odio sono troppo prevalenti. Non esiste una “guerra giusta”, le guerre sono dei crimini che compiamo e basta.
Collegato a questo, come possiamo tutti noi, nel nostro piccolo, “aiutare la pace”?
Papa Leone è un buon alleato in questo, fin dall’inizio del suo papato ci invita a parole di pace. Tutti noi possiamo far qualcosa per la pace, questa comincia da noi, dal nostro linguaggio. Se ci si pensa, il linguaggio è la scintilla che fa partire uno scontro tra due persone, è sempre una parola all’origine di un conflitto. Tra persone, se questa si allarga a gruppi interi diventa qualcosa di molto grave. Cominciamo quindi a disarmare le nostre parole.
L’altro atteggiamento da avere è quello dell’accoglienza. Una cosa che sognavo tutti i giorni quando ero prigioniero era casa. Alla sera guardavo questo misero telo che mi copriva e mi domandavo quando avrei avuto nuovamente un soffitto sopra la mia testa, quando sarei stato di nuovo a casa. Ecco, io penso un’esperienza di casa dia pace. C’è gente che fugge, che migra: aiutiamoli a provare l’esperienza di “casa” e facciamogli trovare pace. Questa pace poi la ritornano.
L’accoglienza è un atteggiamento che possiamo realizzare insieme come famiglia umana, come società e da lì nasce una relazione di ascolto tra persone.
Infine, non lasciamoci prendere da questa mentalità guerrafondaia e bellicista: fare delle scelte consapevoli è trovare strade alternative non violente, che sono quelle che il Vangelo ci propone.
Mi baso sulla parola di Gesù nel suo discorso sulla montagna: non rispondete al male con il male, non uccidete, non maledite.


