di Selina Trevisan
Due città fisicamente lontane ma “umanamente” molto vicine. Gorizia e Chemnitz condividono infatti non solo l’essere state entrambe Capitali europee della Cultura nel corso del 2025, ma sono oggi legate da un bel rapporto di conoscenza ed amicizia, sorto proprio nell’ambito dei lavori della Capitale.
Negli scorsi giorni monsignor Heinrich Timmerevers, vescovo di Dresda, accompagnato da don Benno Schäffel, parroco della cittadina di Chemnitz, ha fatto visita – nel corso di una “tre giorni” tra l’isontino, la Bassa friulana e Trieste – all’Amministratore Apostolico mons. Carlo.
È stata anche l’occasione per incontrarlo e scambiare con lui alcuni pareri su quella che è stata la Capitale europea della Cultura, sul suo lascito e sui cambiamenti, anche sociali, che essa ha portato nella loro realtà urbana.
La proposta della Chiesa all’interno della “vostra” Capitale europea della Cultura, a Chemnitz, è stata piuttosto rilevante. Che tipo di progettualità è stata avanzata dalla vostra Diocesi in quest’anno così particolare?
A Chemnitz possiamo dire che il contesto è ancora più secolare rispetto alla vostra realtà e anche a quella di Nova Gorica, da noi il solo il 15% della popolazione è rappresentata da cristiani. Oltre a ciò Chemnitz è storicamente una città “modello” del socialismo, pertanto non era una sorpresa, per noi, che non si pensasse alle Chiese nel contesto della Capitale culturale.
Ebbene con sorpresa abbiamo invece allora appreso che c’era un curatore il quale, nel processo di stesura, aveva inserito nel programma ufficiale alcuni titoli che erano di forte impronta religiosa: “Preghiere e angeli”, “Il discorso del monte europeo”, “Incontro interreligioso” – una novità -, un progetto dal titolo “Intenzioni alla Passione”…
Lo stesso slogan che ha accompagnato la Capitale, “C the Unseen” (Vedere l’invisibile) rimandava all’ampliare lo sguardo, a guardare più nel profondo le realtà, a vedere le tante persone sensibili, attive, creative che aiutano l’insieme della società.
La fama di Chemnitz è poi quella di essere un po’ “città degli estremi”; si voleva quindi dare una svolta a quest’immagine rimarcando come sia invece un centro della società con tante persone diverse che vale la pena scoprire.
Su questo invito ci siamo posti come Chiesa cattolica in cooperazione ecumenica con la Chiesa evangelica e le Chiese libere, abbiamo proposto i nostri spunti e abbiamo voluto essere promotori di un’attenzione particolare, appunto di questo “sguardo” che valorizza l’altro.
Già nel 2023 avevamo fatto una prima proposta con un’opera d’arte in linea con il programma “Intenzioni alla Passione”, che prevedeva di velare gli altari com’è usanza da noi nel tempo di Quaresima. Era una sorta di “apertura” su come poter essere Capitale culturale. Al vernissage abbiamo invitato i sindaci, rappresentanti della Capitale europea della Cultura e, prima di questo appuntamento, abbiamo proposto una cerimonia religiosa. È stato molto apprezzato, abbiamo sempre proposto senza imporci e con questo abbiamo potuto essere “visti”, dando attenzione agli altri; abbiamo “servito” il processo.
Gli obiettivi in programma erano senza dubbio numerosi, sono stati centrati tutti? C’è qualcosa rimasto “in sospeso” che, anche come Chiesa, desiderate proseguire? Quale eredità rimane ora a Chemnitz e nella Diocesi?
Innanzitutto direi che vanno mantenute le belle relazioni avviate. Insieme al vescovo evangelico abbiamo una collaborazione molto buona e nel corso della costruzione della Capitale e del suo svolgimento abbiamo visto come Chiesa cattolica, evangelica e Chiese libere si siano trovate insieme e si siano messe a disposizione della città.
Siamo consapevoli di essere un “fenomeno marginale” in questa società e non ci siamo mai imposti con attese o pretese ma abbiamo messo l’attenzione – e invitato a mettere l’attenzione – a quello che può far crescere la cultura di una città.
Personalmente mi ha lasciato un’impressione estremamente positiva vedere come le tre diverse Chiese si siano appunto messe a disposizione della città e insieme siano state forti.
Nella piazza centrale di Chemnitz si è tenuta la celebrazione conclusiva della “Festa delle Chiese”, con una concelebrazione ecumenica – alla quale ha preso parte anche mons. Redaelli – che ha visto la presenza di più di 3.000 persone: è stata per tutti una grande sorpresa e una grande gioia e, non da ultimo, ha dato un forte impulso alla città. Chemnitz è la città del socialismo, non si aveva l’impressione, la percezione che avesse molta rilevanza anche ecclesiale – vista soprattutto dalla prospettiva di Dresda, per esempio -. È stata una cosa inaspettata e una felicità scoprire invece che la realtà è diversa.
La Chiesa all’interno del programma della CEC ha dato vita a 300 eventi, 11 esposizioni, ha contato 175.000 visitatori nel proprio progetto; ma non sono tanto le cifre, quanto i processi ai quali abbiamo dato peso e uno dei processi era anche scoprire l’”abisso” dentro ad ogni uomo.
La forza della nostra proposta è stata data proprio da questo insieme ecumenico. Rimane da vivere l’ecumenismo non come una seduta e una conversazione “statica” ma “in funzione” anche delle sfide della nostra società.
Chemnitz è infatti anche una città ferita: ha cambiato due volte il nome, è passata per 2 dittature, il 1989 non ha lasciato tutti vincitori ma sono invece tanti quelli che hanno anche perso tutto… Uno degli scopi era quindi guardare con sincerità a queste ferite e vivere una “cultura della memoria” che può anche risanare le ferite, una “cultura della riconciliazione” – altro grande tema insieme all’invecchiamento della società -. Chemnitz si dice essere una tra le città con il più alto tasso di anzianità d’Europa: non dobbiamo leggerlo come uno svantaggio per lo sviluppo della città; come cristiani vogliamo mettere in evidenza il valore e la dignità delle varie età e abbiamo fatto incontrare le generazioni per raccontarsi, raccontare il proprio vissuto e le proprie esperienze.
Questi sono tutti filoni che non si concludono con il 2025 e con il saluto alla CEC ma è un percorso che, come Chiesa, desideriamo proseguire.
Alla luce di quanto raccontato finora, secondo il suo punto di vista quest’anno che vi ha messo maggiormente “in luce” a livello europeo, ha cambiato un po’ anche la vostra società?
Sì, faccio un esempio: la gente di Chemnitz di solito si “scusava”, perché la città aveva non solo la “fama” di essere città degli estremi ma anche di essere una città “brutta”, molto industriale, all’ombra di Dresda, che è la capitale del Barocco, all’ombra di Lipsia, che è la capitale del Mercato… a Chemnitz invece si lavorava e basta, la stessa gente non ne parlava bene. Da maggio 2025 in poi invece qualcosa è cambiato, i cittadini andavano avanti a testa alta e raccontavano della propria bella città, piena di eventi, erano desiderosi di farla conoscere a tutti.
La CEC ha fatto proprio cambiare l’atteggiamento davvero di tante persone, offrendo anche la possibilità di “sperimentare”, per i cittadini stessi, la propria città. È stato molto bello vedere tanti turisti “invadere” le piazze, le vie, riempiendo dove prima c’era vuoto… Questo crea una nuova memoria e rimane.
Ora inizia quello che è chiamato il “processo di legacy”, dell’eredità, e farà capire cosa rimarrà della Capitale e come proseguire.
Uno dei meriti della Capitale è stato il rafforzare il rapporto con le altre Chiese del vostro territorio, ma ha aperto anche questa nuova amicizia con la Chiesa di Gorizia…
All’interno della programmazione che abbiamo proposto per la Capitale c’erano, come accennavo, dei programmi sull’intergenerazionalità che abbiamo voluto proporre come Progetto di Cooperazione europea. Conoscevamo un’insegnante qui a Gorizia che ha accolto la nostra proposta, coinvolto la sua scuola e l’UP “Porta Aperta”, con mons. Nicola e mons. Ruggero, e ha coinvolto anche il caro don Bogdan. Abbiamo poi avuto modo di fare visita a questi nostri “partner” del progetto e a mons. Redaelli. Ci ha colpito il clima di amicizia che abbiamo trovato da subito e che, nel passare dei mesi, si è rafforzato. Questo ci ha convinti che tale rapporto può “vivere a lungo” e abbiamo il desiderio di continuare ad alimentare questa fiamma!
Nel corso dell’anno della Capitale abbiamo realizzato anche una visita con alcuni fedeli, dove abbiamo fatto non solo del bel turismo, ma soprattutto ci siamo incontrati tra popoli, creando immediatamente reti e anche amicizie.
Torneremo in autunno con 2 pullman: direzione Assisi ma ovviamente una tappa del nostro percorso sarà a Gorizia.
Il segno che, come Chiese e come popolazioni, abbiamo portato nelle rispettive Capitali, racconta che si può dialogare fra religioni diverse, fra cittadinanze diverse, fra storie e culture diverse. La cultura unisce, il dialogo e la conoscenza, sono parole che vanno coltivate. Qual è il vostro pensiero su questo aspetto, alla luce di quanto, purtroppo, sta accadendo nel mondo?
L’esperienza della fratellanza è molto importante per il nostro tempo ed essa può nascere solo se si cerca di comprendersi a vicenda. Non si può rinunciare al dialogo e all’incontro e lo si vede in come la società si sta polarizzando – un tema questo europeo e anche mondiale -. Questa polarizzazione si può superare solo se si entra in un dialogo che deve essere costitutivo per l’insieme, dobbiamo parlare l’uno con l’altro per capire l’altro e vedere la diversità non come un rischio, ma come un arricchimento.
Ad esempio, qui a Gorizia ho avuto modo di ascoltare la storia dei vescovi della vostra Diocesi, il legame con le forze statali, le tensioni del passato ma anche come le fratture del passato si possano superare con il dialogo e una forma di fratellanza, con la capacità di gestire le diversità. La forza e il potere non risolveranno mai i problemi.
Uno dei lasciti più importanti delle Capitali europee della Cultura è che ci si scopre e ci si vive come un arricchimento reciproco, nell’incontro e nella condivisione. Ci sono processi difficili, è vero, tutte le città sono parte di una storia che non si può lasciare alle spalle, ma ci sono anche processi dove l’Europa si unisce e si rafforza di più.


