Condivisione, conoscenza e cuore libero

di Selina Trevisan, foto Voce Isontina

“La pace si può costruire se è dentro al cuore e se questo è libero”.
Questo uno dei grandi insegnamenti lasciati da padre Francesco Patton nel corso dell’incontro “San Francesco, la città e la pace”, ospitato lo scorso 6 marzo al Kulturni dom di Gorizia nell’ambito delle festività dedicate ai patroni, Santi Ilario e Taziano.
Padre Patton, francescano, ex Custode di Terra Santa si è messo in dialogo con alcuni goriziani impegnati in diverse forme all’interno delle comunità parrocchiali e cittadine. Impossibilitato ad essere presente a Gorizia a causa delle difficoltà messe in atto sugli spostamenti internazionali dal conflitto in corso in Medio Oriente, padre Francesco si è collegato virtualmente con il pubblico goriziano dal Monte Nebo, in Giordania, dove risiede al momento con alcuni confratelli.
Tra gli “intervistatori locali”, moderati da Mauro Ungaro, direttore di questo settimanale, il primo a prendere la parola è stato Gianmarco della Fraternità francescana di Gorizia: “La pace è fragile, richiede però solo parole e gesti semplici – ha espresso -; dobbiamo ricominciare dal nostro cuore, il primo luogo che chiede di essere disarmato. Come si può fare per disarmare un cuore e superare le ferite del passato?”
“La pace va prima di tutto fatta dimorare dentro il nostro cuore – ha risposto il francescano -, altrimenti quelle che si esprimono sono solo parole vuote. È possibile avere pace nel cuore in un Paese ferito dalla guerra? Di fatto sì, è possibile anche se è una cosa rara”. Padre Patton ha quindi riportato alcuni esempi, da lui conosciuti, di persone che hanno realmente fatto dimorare la pace nel proprio cuore: i cristiani della parrocchia di Gaza, rimasti 2 anni sotto le bombe e che sono riusciti, nonostante tutto, a conservare il loro cuore libero dall’odio e dalla sete di vendetta, “sono riusciti a rimanere interiormente liberi”. Ancora ha parlato della responsabile per le famiglie degli ostaggi trattenuti da Hamas, il cui figlio è stato rapito e ucciso, la quale ha sempre affermato che non bisogna mettere la sofferenza degli ebrei in contrapposizione con la sofferenza dei palestinesi: le lacrime hanno lo stesso peso. E ancora l’esempio di due giovani, di parti contrapposte, ebreo e musulmano, che insieme hanno dato il via a un movimento per la riconciliazione.
“Trasformare la sofferenza in empatia; cercare di fare qualcosa per riconciliare”, i suggerimenti lasciati dall’ex custode di Terrasanta.
Un secondo quesito è stato posto da Gabriele, studente che ha avuto la possibilità di conoscere Israele nel corso di uno scambio di studio. “Come cambierà l’assetto interno di Israele? E come nelle popolazioni il sentimento religioso può portare a delle soluzioni di conciliazione?”, ha desiderato chiedere al francescano.
“Innanzitutto bisogna conoscere la storia e quello che è stato lo shock collettivo sia per gli Ebrei che per i palestinesi durante e dopo la II Guerra mondiale – ha suggerito padre Patton -. Per lungo tempo la narrativa, da una parte e l’altra, si è limitata solo a “guardare indietro”. C’è stato un momento in cui sembrava si riuscisse ad andare verso una pace, sotto Yasser Arafat con gli Accordi di Oslo, ma di fatto non sono mai stati implementati, anzi, negli ultimi anni anche ampiamente sabotati. Con questo tipo di politica, la prospettiva di una pacificazione che avvenga attraverso il riconoscimento reciproco è molto difficile. Il processo per la pacificazione non può essere solo di buone intenzioni ma deve essere anche politico.
Le religioni in questo contesto sono fondamentali perché parte del disagio, quindi parte della risoluzione del problema. Responsabilità dei leader religiosi è opporsi in modo netto alla giustificazione di ogni forma di violenza”.
Ha preso la parola quindi Pia, in rappresentanza dei volontari che, quotidianamente, aiutano a Gorizia i richiedenti asilo che passano la notte in città. “In questo momento di contraddizioni, ha una parola di incoraggiamento per noi volontari? Come possiamo continuare?”, ha chiesto a padre Francesco.
“Accogliere nei limiti del possibile, in modo intelligente e dove ognuno deve fare la propria parte – le sue parole -. Riconoscere nelle persone che accogliamo che sono come noi fatte ad immagine e somiglianza di Dio, indistintamente da religione, provenienza e fedina penale, perché anche il criminale conserva la dignità umana. Questo deve stare alla base di ogni nostra azione, anche nel linguaggio che usiamo”.
È intervenuto quindi con una domanda Marco, giovane rappresentante dell’UP Porta Aperta e della parrocchia di San Rocco. “Cosa ci può portare oggi l’insegnamento di Francesco, che parlava di fraternità anche tra diversi, e che esempio possono portare Nova Gorica e Gorizia come terra di pace?”, ha chiesto.
“Francesco arrivava da un contesto di guerre tra città e comunità e questa esperienza lo ha portato a scegliere tutta un’altra via per la sua vita – ha così spiegato padre Patton -. Motivazioni che lui ritrova nel Vangelo, con un Dio che è padre di tutti, con suo figlio che ha dato la vita per tutti… nella visione cristiana di Francesco tutte le persone e tutto il Creato appartengono a un’unica famiglia; il perdono è in questo una realtà assolutamente fondamentale. E, personalmente, aggiungo anche l’educazione: per esempio noi come francescani abbiamo diverse scuole e in queste possiamo portare l’educazione verso l’altro, che consente di lavorare insieme e di porre dei valori. La via dell’educazione è fondamentale”.
Un’ultima domanda è stata posta da Ungaro, il quale ha chiesto a padre Francesco “che cos’ha scoperto, nei suoi 9 anni da Custode, di “nascosto” della Terra Santa?”.
“Innanzitutto la sua complessità – ha risposto il francescano -, sia di Terrasanta che del Medio Oriente. Ho scoperto poi che ci sono delle persone bellissime, eccezionali, in tutte le religioni e in tutti i territori. Ho potuto coltivare profonde amicizie anche con esponenti delle altre fedi cristiane, così come con musulmani ed ebrei: esperienze di incontro significativo. È nella condivisione e nella conoscenza che si abbatte il pregiudizio.
I luoghi santi poi hanno contribuito a rafforzare la mia fede, è indubbio. Poi i miei fratelli, che si sono spesi per mantenere viva la fede cristiana anche contro i jihadisti. L’operato di padre Faltas, che ha fatto di tutto per far curare numerosi bambini feriti, convincendo ospedali ad accoglierli in Italia, dialogando con Stati, forze armate e fondamentalisti per dare un futuro decente ai bambini vittime della guerra. Un altro confratello a Rodi ha accolto migliaia di migranti… Sono questi ricordi ed esempi che porto con me”.
Prima di congedare padre Francesco Patton, la serata ha visto una breve proposta teatral-musicale da parte del gruppo “I Tubi innocenti” e i saluti dell’assessore Maurizio Negro a nome del Sindaco e di tutta l’amministrazione comunale, del presidente del Kulturni dom di Gorizia, Igor Komel, e dell’Amministratore apostolico, monsignor Redaelli, il quale ha ringraziato padre Patton “per le testimonianze e per il ricordo di tante persone che si sono impegnate: penso che di questo, in questo momento, ce ne sia grande bisogno”.